Big Data in sanità?

BigData Image

BigData Image

Prendo spunto da questo interessante articolo apparso su www.fiercehealthit.com per fare qualche considerazione sul tema dei BIG DATA – o Analytics – in Sanità.

Quello dei BIG Data è un tema assai di moda oggi e viene usato come sostanziale sinonimo del termine più tecnico “analytics”. Wikipedia dichiara che “Analytics is the discovery and communication of meaningful patterns in data”. Fra gli addetti ai lavori molto si discute, da un po’ di tempo a questa parte, su come i BIG DATA possano essere di aiuto in ambiti come la valutazione dell’efficacia delle cure, la ricerca epidemiologica o il contenimento dei costi attraverso l’analisi dell’efficienza del processo erogativo.

Effettivamente cominciano ad essere disponibili informazioni sull’utilizzo dei BIG DATA in sanità, ma siamo di fronte ad una vera rivoluzione o ad una semplice moda?

Se infatti ci fermiamo un attimo a pensare, ci accorgiamo che ciò che chiamiamo BIG DATA, altro non sono che le banche dati sanitarie classiche:

  • le SDO – schede di dimissione ospedaliera – che assieme agli accessi di PS non seguiti da ricovero che rappresentano la dimensione ospedaliera dell’assistenza;
  • l’ASA – la banca dati dell’erogato relativo alla specialistica ambulatoriale e alla diagnostica – che assieme ad altre banche dati accessorie come l’ADI – Assistenza Domiciliare Integrata – ci permette di indagare alcuni aspetti della dimensione territoriale dell’assistenza;
  • l’AFT – banca dati della Farmaceutica Territoriale – che permette di conoscere quali farmaci siano forniti attraverso il SSN ai pazienti;
  • ecc…

Se questi sono i BIG DATA della sanità, allora gli Analytics sanitari non sono poi una novità così stravolgente, stante che negli ultimi anni queste banche dati sono state esaminate in lungo e in largo probabilmente in tutti i modi possibili.

Tuttavia sarebbe semplicistico liquidare in questo modo l’intera questione. Mi sembra che vada colta la sollecitazione che viene dai colleghi stranieri che vedono nella nascita di nuove figure professionali dedicate alla analisi delle grandi banche dati sanitarie come il fattore chiave. Nell’articolo citato si sottolinea l’importanza della nascita di figure come il chief data officer e il chief analytics officer che possono contribuire alla valorizzazione delle informazioni annegate all’interno dei BIG DATA.

Io credo che ci sia della verità in tutto ciò: in fondo i dati non parlano se non a chi sa ascoltarli. Avere dei professionisti che siano in grado di scovare le preziose informazioni che sono annegate in montagne di dati senza valore e che siano in grado di evidenziarle in sintesi significative per le direzioni sanitarie e per i professionisti coinvolti nel processo erogativo è molto probabilmente la mossa vincente.

Speriamo che le direzioni aziendali e regionali investano in questa direzione, ciò che manca in questo momento non sono le informazioni, ma le persone che sanno leggerle.

PG.

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

Se ti è piaciuto, condividilo...Email this to someoneTweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInShare on Google+

Give my health data back!

Question

Question

In a short time a huge part of our health datas will be scattered on the servers of many different companies around the internet. How are you going to have them back? How will you be able to consolidate them on one single EMR?

The lack of adequate standards and the lack of will to do so will prevent us to get them back.

We expect a hard work.

PG.

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

Se ti è piaciuto, condividilo...Email this to someoneTweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInShare on Google+

Le 5 dimensioni dell’EMR

Dimensioni dell'EMR

Dimensioni dell’EMR

Ogni implementazione di un EMR – Electronic Medical Record – dovrebbe essere valutata secondo 5 principali dimensioni:

  1. UTILITÀ PER IL PAZIENTE;
  2. UTILITÀ PER IL PROFESSIONISTA;
  3. VALENZA SOCIALE;
  4. SEMANTICA;
  5. TECNOLOGIA.

La prima dimensione è in relazione con il fatto che ogni EMR è di proprietà del paziente e deve essere di utilizzato a suo vantaggio. In particolare valutare questa dimensione comporta il riportare su una metrica il grado di utilità dell’EMR per il paziente. Occorre anche misurare il grado di gestibilità dell’EMR da parte del paziente stesso: ad esempio può essere valutata la facilità con la quale il paziente può oscurarne determinate parti al fine di tutelare la propria privacy o rendere disponibili parti dell’EMR a determinati professionisti sanitari e non ad altri.

La seconda dimensione è in relazione con il fatto che L’EMR è un fondamentale strumento di lavoro per il professionista sanitario che ha in cura il paziente. Il professionista ha il dovere di tenere costantemente aggiornato l’EMR per le parti di propria competenza, ma ha al contempo il diritto di consultare le informazioni rilevanti per la pratica professionale che non siano state oscurate dal paziente. Questa dimensione misura quindi il grado di utilità dell’EMR per il professionista.

Oltre che per il paziente e il professionista, l’EMR può essere prezioso per l’istituzione sanitaria che ha l’onere della valutazione dei servizi sanitari forniti alla popolazione. Gli EMR possono fornire informazioni aggregate, anonime e non per personali che permettono valutazioni di tipo epidemiologico, oltre che azioni di prevenzione e di governo della salute pubblica mediante la misura dei risultati – outcome – delle cure. La dimensione VALENZA SOCIALE misura l’utilità di una certa implementazione dal punto di vista dell’ISTITUZIONE SANITARIA.

I contenuti dell’EMR possono assumere diverse forme, ma saranno tanto più fruibili e gestibili informaticamente quanto più avranno una forma strutturata: ad esempio un referto di laboratorio analisi sarà assai più utile se riporterà in forma numerica i valori delle analisi contenute, piuttosto che la sola immagine – scannerizzazione o PDF – della copia cartacea. È, infatti, del tutto evidente che il valore del documento sarà tanto più elevato quanto più saranno le informazioni riportate gestibili informaticamente: di certo non sarò in grado di selezionare i referti che riportano un valore di glicemia anomalo se i referti sono sotto forma di copia scannerizzata. La DIMENSIONE SEMANTICA misurerà il grado di strutturazione dell’EMR e quindi la sua utilizzabilità con tecniche informatiche.

L’ultima ma non meno importante dimensione è quella tecnologica. Essa attiene al fatto che una certa implementazione dell’EMR risponderà più o meno brillantemente a domande del tipo:

  • è interoperante con i diversi sistemi tecnologici in uso in ambito sanitario e nella sfera personale?
  • è idonea all’uso in mobilità e su diversi tipi di dispositivi compresi i wearable e l’IOT?
  • è scalabile in ambiti diversi da quelli meramente personali ?
  • ecc…

Misurare le diverse implementazioni dell’EMR secondo queste caratteristiche e farlo secondo metriche che siano comuni e condivise sarà sicuramente la sfida più importante dell’immediato futuro.

PG.

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

Se ti è piaciuto, condividilo...Email this to someoneTweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInShare on Google+

Braitenberg e il mondo dei veicoli pensanti

 

 

Braitenberg Arena

Braitenberg Arena

Ricordo ancora l’estate del 1984. Fra un esame e l’altro mi recavo spesso in libreria in cerca di novità o solo per trovare una tregua momentanea alla calura. Quasi casualmente scovai un volumetto della Garzanti il cui titolo e il sottotitolo recitavano “I Veicoli Pensanti, Saggio di psicologia sintetica”, l’autore, un certo Valentino Braitenberg, non mi era noto. Lessi in quarta di copertina che era cofondatore e direttore del Max-Plank-Institut fur Biologische Kybernetik a Tubinga. Prometteva bene.

Sfogliai rapidamente il libro: il secondo capitolo si intitolava “Paura ed aggressività” ed era di sole tre pagine, schemi compresi. In esso si trovavano chiaramente illustrati tre modelli di veicoli di una semplicità stupefacente. Come era possibile che strutture così semplici potessero in qualche modo simulare comportamenti così complessi come la paura e l’aggressività animale, meno che meno l’aggressività umana, ammesso che esistesse una differenza.

Ero colpito e incuriosito. A quei tempi era assai di moda la discussione fra i fautori della cosiddetta IA Forte – Intelligenza Artificiale Forte – contrapposti a coloro che davano una interpretazione debole della IA. Gli uni – i fautori della IA forte – teorizzavano la possibilità che entità sintetiche potessero arrivare ad avere comportamenti intrinsecamente intelligenti, mentre i sostenitori della IA debole sostenevano che le entità sintetiche potevano solo simulare comportamenti intelligenti.

Ma non mi risultava che nessuno avesse mai detto che ciò sarebbe stato semplice.

Ricordo che lessi il volumetto tutto d’un fiato e tanto mi colpì che mi ripromisi di mettere mano al saldatore, non appena ne avessi avuto la possibilità, e di costruire con le mie mani un paio di veicoli.

Il playground

Sono passati trent’anni e non ho mai costruito un veicolo di Braitenberg saldatore alla mano, ma ho più volte riletto il suo volumetto, convincendomi sempre più che la semplicità, non è una qualità necessariamente in antitesi con la profondità. Credo, tuttavia, che solo i grandi riescano a giungere, talvolta, ad una sintesi così mirabile. Valentino Braitenberg, scomparso a Tubinga nel 2011, può essere annoverato fra di essi perché ci ha lasciato, oltre alle sue ricerche, anche un esempio e un monito prezioso quanto il rasoio di Occam: tutto il suo lavoro sembra infatti esortarci a non aver paura di cercare soluzioni semplici, perché esse spesso sono le più vere.

A tanti anni di distanza ho comunque trovato il tempo di lavorare un po’ sui suoi veicoli e confesso che lo stimolo principale che mi ha convinto a spendere un po’ del mio tempo è stata ancora la convinzione che la semplicità sia un valore.

Penso che lo sforzo fatto da Apple, in questi ultimi tempi, per sviluppare un linguaggio di programmazione che sia al contempo moderno ed espressivo, ma anche semplice ed intuitivo sia assolutamente degno di nota. Non solo, sono rimasto molto impressionato dal connubio fra il nuovo linguaggio SWIFT e un ambiente di esecuzione degli script che Apple chiama Playground.

In un playground si possono eseguire script anche complessi, ma con un elevato livello di interazione: è possibile visualizzare i valori che assumono le diverse variabili ed è possibile modificare il codice in diretta senza ricompilazioni o noie di altro tipo.

Non potevo non realizzare un qualche prototipo dei veicoli di Braitenberg in un ambiente così stimolante. Lo spirito sperimentale delle intuizioni dello studioso altoatesino, a mio avviso si sposa magnificamente con l’ambiente altamente interattivo e intuitivo messo a disposizione da Apple.

Ecco quindi un playground Braitenberg.playground, liberamente scaricabile, con il quale poter giocare e che, forse, vi farà anche un po’ pensare.

Buon divertimento.

Riferimenti utili a Valentino Braitenberg e ai suoi veicoli

http://en.wikipedia.org/wiki/Valentino_Braitenberg

http://en.wikipedia.org/wiki/Braitenberg_vehicle

Riferimenti ad Apple SWIFT ed esempi di playgrounds

https://developer.apple.com/swift/resources/

Video su Youtube che dà indicazioni su come eseguire il playground

http://youtu.be/e28lfn6rpa8

PG.

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

Se ti è piaciuto, condividilo...Email this to someoneTweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInShare on Google+

Non solo luci nell’IT sanitario, ma attendiamo un grande 2015

www.politico.com

www.politico.com

L’informatica sanitaria non è una strada lastricata di facili successi: chiunque se ne occupi lo sa.

Leggendo gli impietosi resoconti che ci giungono da oltre oceano a proposito della riforma da 30 miliardi di dollari voluta dalla Amministrazione Obama, ci si rende conto che le difficoltà in cui si dibattono i colleghi americani, sono le stesse di tutti.

In un recente articolo intitolato “High noon for federal health records program?” si afferma che:

  • fin dal 2011 i medici e gli ospedali statunitensi hanno dovuto dimostrare di utilizzare sistemi informatizzati per prescrivere, per prenotare esami e per lo scarico dei dati sanitari in rete; fin da allora, chi voleva beneficiare dei finanziamenti ha dovuto dare prova di gestire informaticamente dati come la pressione sanguigna o lo stato di fumatore del paziente;
  • quando il programma di finanziamenti prese l’avvio solo il 12 percento dei medici possedeva  un sistema informatizzato di gestione dei dati clinici, ora il 60% dei medici ne dispone e la quasi totalità degli ospedali; nessuno dichiara di volere tornare indietro, ma non tutto funziona;
  • i medici che hanno in cura pazienti che aderiscono al programma Medicare possono attendersi finanziamenti federali che possono arrivare a $43,720, ma possono essere assoggettati a penalizzazioni nei pagamenti che possono arrivare al 5%, se non rispondono a tutti i requisiti del programma in termini di informatizzazione;
  • nel primo anno in cui sono state applicate le penali, 250.000 medici hanno avuto penalizzazioni dell’1% nei pagamenti di Medicare;
  • ultimo, ma non meno importante aspetto, si dichiara che i medici hanno impiegato un’ora di lavoro al giorno in più ad inserire dati e quindi hanno visitato meno pazienti con potenziali conseguenti potenziali minori ricavi.

Leggendo questa impietosa analisi, mi è venuto spontaneo pensare che molte delle considerazioni che vengano fatte a proposito della situazione americana, ben potrebbero applicarsi alla nostra realtà.

Potrebbero, forse, essere comuni anche gli antidoti da utilizzare contro il male della cattiva informatizzazione:

  • lavorare in maniera incessante sulla usabilità degli applicativi sanitari e fare in modo che l’informatizzazione sia di ausilio al PDTA – Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale -piuttosto che una fonte di inefficienza e faccia solo perdere tempo nella digitazione dei dati;
  • lavorare sulla integrazione degli applicativi sanitari per fare in modo che non si debbano inserire più volte le stesse informazioni in contesti diversi;
  • integrare i sistemi informativi dei medici di medicina generale con quelli degli specialisti e delle strutture ospedaliere;
  • riportare il paziente al centro del processo di cura, valorizzando attraverso l’informatizzazione il ruolo dei diversi attori del processo sanitario – che non sono solo i medici -, facendo in modo che l’aggiornamento delle informazioni sia uniformemente distribuito su tutte le figure coinvolte.

Il 2015 sarà un grande anno, un anno cruciale, ne sono certo: sarà l’anno della svolta.

Buon 2015 a tutti i protagonisti dell’informatica sanitaria e BUON LAVORO.

PG.

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

Se ti è piaciuto, condividilo...Email this to someoneTweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInShare on Google+

La stima dei tempi operatori e gli applicativi per la pianificazione dell’attività chirurgica

BMJ: Predicting operating Time

BMJ: Predicting operating Time

Un recente studio apparso sul BMJ conclude che la difficoltà dei clinici di preventivare il tempo necessario per le diverse procedure chirurgiche è una componente significativa dei ritardi operatori – “The inability of clinicians to predict the necessary time for a procedure is a significant cause of delay in the operating theatre” -.

Lo studio sancisce con rigore scientifico quella che è una difficoltà ormai riconosciuta e che è necessario superare se si vuole ottenere maggiori gradi di efficienza nell’utilizzo di una risorsa critica come la sala operatoria.

I limiti del registro operatorio informatizzato

Appare sempre più pressante l’esigenza di superare i tradizionali strumenti di monitoraggio a posteriori dei tempi operatori con strumenti che forniscano un aiuto anche sotto il versante della pianificazione dell’attività chirurgica.

È bene precisare che, ad oggi, la quasi totalità dei dati sull’utilizzo delle sale operatorie deriva dal registro operatorio informatizzato, che in maniera più o meno completa, più o meno dettagliata, fornisce informazioni sull’ora di inizio delle vari fasi (pre o post)operatorie, sul tipo di procedure attuate, sugli operatori coinvolti, sul tipo di materiali e kit impiegati, ecc…

Questa messe di dati è tuttavia spesso carente ai fini della valutazione degli scostamenti dalla programmazione e non è certamente di aiuto nella programmazione del setup della sala e nelle attività di pianificazione dei kit operatori necessari alle varie procedure chirurgiche.

Gli applicativi di pianificazione dell’attività chirurgica

Si stanno diffondendo sistemi informatizzati di gestione dell’attività chirurgica che integrano il tradizionale registro informatizzato di sala operatoria con funzionalità di pianificazione.

L’adozione di applicativi di questo tipo nasce dalla esigenza di pianificare l’allestimento delle sale operatorie o di predisporre in anticipo gli opportuni kit chirurgici, ma una interessante ricaduta positiva riguarda anche la stima dei tempi chirurgici. Si è, infatti, notato che l’impego di strumenti di questo tipo può progressivamente favorire una più oggettiva valutazione della durata delle diverse procedure. L’uso ha dimostrato che i tempi standard delle procedure, che vengono inizialmente derivati dalla letteratura o stimati a priori, possono essere corretti in base a valutazioni medie ricavabili dalla casistica effettiva di un determinato team. Ciò porta ad una tempificazione più aderente al vero delle diverse procedure chirurgiche e quindi ad una programmazione più efficiente dell’uso delle sale.

PG.

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

Se ti è piaciuto, condividilo...Email this to someoneTweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInShare on Google+

Benessere, stili di vita e dispositivi medici personali: quello che vedremo nel 2015

Logo CNN

Logo CNN

Benessere, salute, corretti stili di vita, prevenzione delle malattie, dispositivi medici personali… quali saranno le tendenze più significative del 2015 nell’ambito dell’Healthcare?

Vedo e prevedo

Indipendentemente dal fatto che si stia consultando una seriosa e paludata rivista medica o il sito più gossipparo di consigli medici a buon mercato, non ci si salva. È fine anno e il gioco che va più di moda è quello della previsione selvaggia.

E chi siamo noi per sottarci a questo gioco?

Le 5 principali tendenze del 2015 secondo la CNN

Nell’articolo 5 digital health trends you’ll see in 2015 vengono citate 5 tendenze principali:

  • i dispositivi indossabili da portare all’orecchio;
  • le strisce che, analizzando il sudore, ci avvisano di potenziali problemi di salute;
  • le custodie per cellulari che fungono anche da dispositivi medici – da misuratori del battito cardiaco, da elettrocardiografi portatili, ecc… -;
  • le app utilizzabili solo dietro prescrizione medica;
  • sorgenti luminose più salutari e che meno disturbano il ritmo sonno veglia – ad esempio tablet che meno dovrebbero interferire con il prendere sonno alla sera grazie a emissioni più rispettose delle nostre reazioni fisiologiche -.

Sono assolutamente conscio che molti lettori, già a questo punto, si saranno fatti delle grasse risate leggendo un tale elenco, ma non sarebbe successo lo stesso se qualcuno prima dell’uscita dell’iPad della Apple ci avesse raccontato che avrebbe avuto un enorme successo un computer che non aveva nemmeno la tastiera e sarebbe stato costituito dal solo schermo.

Posto che non mi interessa molto se il prossimo dispositivo medico personale sarà da cingere al polso o da portare all’orecchio e che la striscia che analizza il mio sudore per dirmi se ho il diabete non mi sembra poi così drammaticamente innovativa, la tendenza che mi intriga maggiormente è la APP che dovrà essere prescritta dal medico. L’articolo, come esempio, cita una applicazione che potrebbe essere di supporto ai pazienti diabetici. Essa raccoglierà dati preziosi riguardo allo stile di vita adottato e, in questo modo, potrà fornire un aiuto prezioso al medico nella personalizzazione della terapia.

Il punto della questione

Forse il punto è proprio questo: nel 2015 assisteremo ad una incredibile fioritura di applicazioni che ci metteranno in grado di raccogliere i dati più disparati: ma chi li leggerà questi dati? chi saprà dare un senso a questa mole di informazioni?

Se sarà un medico ad organizzare questa raccolta e a trarne un senso compiuto forse tutto ciò sarà davvero una piccola rivoluzione. Forse anche chi si sa spiegare peggio di un altro avrà le stesse opportunità di cura di chiunque altro: penso agli anziani, penso a chi ha problemi mentali o di espressione…

Sono fiducioso, attendo con ansia il 2015.

PG.

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

Se ti è piaciuto, condividilo...Email this to someoneTweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInShare on Google+

Codice dell’amministrazione digitale e dintorni, parte 4 – il domicilio digitale

Agenzia per l'Italia Digitale

Agenzia per l’Italia Digitale

Continua la serie di articoli volti ad approfondire gli aspetti del CAD di maggiore interesse per le aziende sanitarie. In questo  articolo si approfondisce il tema del Domicilio Digitale.

Il testo vigente del CAD, all’articolo 3-bis, definisce il cosiddetto “Domicilio digitale del cittadino”:

Comma 1. Al fine di facilitare la comunicazione tra pubbliche amministrazioni e cittadini, è facoltà di ogni cittadino indicare alla pubblica amministrazione, secondo le modalità stabilite al comma 3, un proprio indirizzo di posta elettronica certificata, rilasciato ai sensi dell’articolo 16-bis, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185 [NOTA: il cosiddetto decreto Brunetta che permise ad ogni cittadino di richiedere una casella di posta certificata gratuita], convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2 quale suo domicilio digitale.

Comma 2. L’indirizzo di cui al comma 1 è inserito nell’Anagrafe nazionale della popolazione residente-ANPR e reso disponibile a tutte le pubbliche amministrazioni e ai gestori o esercenti di pubblici servizi. [NOTA: l’ANPR non è ancora attiva]

Comma 3. Con decreto del Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione e il Ministro delegato per l’innovazione tecnologica, sentita l’Agenzia per l’Italia digitale, sono definite le modalità di comunicazione, variazione e cancellazione del proprio domicilio digitale da parte del cittadino, nonché le modalità di consultazione dell’ANPR da parte dei gestori o esercenti di pubblici servizi ai fini del reperimento del domicilio digitale dei propri utenti. [Vedi NOTA precedente]

Comma 4. A decorrere dal 1° gennaio 2013, salvo i casi in cui è prevista dalla normativa vigente una diversa modalità di comunicazione o di pubblicazione in via telematica, le amministrazioni pubbliche e i gestori o esercenti di pubblici servizi comunicano con il cittadino esclusivamente tramite il domicilio digitale dallo stesso dichiarato, anche ai sensi dell’articolo 21-bis della legge 7 agosto 1990, n. 241, senza oneri di spedizione a suo carico. Ogni altra forma di comunicazione non può produrre effetti pregiudizievoli per il destinatario.

Comma 4.-bis In assenza del domicilio digitale di cui al comma 1, le amministrazioni possono predisporre le comunicazioni ai cittadini come documenti informatici sottoscritti con firma digitale o firma elettronica avanzata, da conservare nei propri archivi, ed inviare ai cittadini stessi, per posta ordinaria o raccomandata con avviso di ricevimento, copia analogica di tali documenti sottoscritti con firma autografa sostituita a mezzo stampa predisposta secondo le disposizioni di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 12 dicembre 1993, n. 39.

Come riporta un interessante articolo sul sito Agenda Digitale,  anche l’art. 14 del DL 69/2013 prevedeva il domicilio digitale:  “All’atto della richiesta del documento unificato, ovvero all’atto dell’iscrizione anagrafica o della dichiarazione di cambio di residenza a partire dall’entrata a regime dell’Anagrafe nazionale della popolazione residente, è assegnata al cittadino una casella di posta elettronica certificata, con la funzione di domicilio digitale, ai sensi dell’articolo 3-bis del codice dell’amministrazione digitale, successivamente attivabile in modalità telematica dal medesimo cittadino.”

Dato che l’articolo sembra rinviare l’operatività della disposizione alla entrata a regime dell’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR) o del documento unificato, appare dubbia la sua applicabilità stante lo stato attuale delle realizzazioni.

In questo contesto caratterizzato da poche certezze e da molti lodevoli intenti, chiude i battenti anche la CEC PAC – la posta elettronica valida per il colloquio la Pubblica amministrazione istituita dal cosiddetto decreto Brunetta -. I motivi di ciò, secondo l’articolo disponibile sul sito di AGID, sono riconducibili al suo scarso successo, non avrebbe raggiunto gli obiettivi prefissati di diffusione e anche fra coloro che l’hanno attivata l’uso sarebbe molto basso, e sono riconducibili al fatto che essa offre meno possibilità di una casella di PEC ordinaria.

Alla luce di questo stato di attuazione assai parziale, viene da dire che molta strada rimane ancora da fare su questi temi perché possano essere considerati davvero strumenti utili di colloquio fra la Pubblica Amministrazione e il cittadino.

PG.

Il testo vigente del CAD è reperibile sul sito di AGID.

Altri articoli della stessa serie sono reperibili ai seguenti indirizzi:

Articolo
CAD e dintorni: semplificate le procedure per la firma grafometrica
Codice dell’amministrazione digitale e dintorni, parte 3 – la continuità operativa
Luci ed ombre del futuro Sistema Pubblico di Identità Digitale – SPID –
Codice dell’amministrazione digitale e dintorni, parte 2
Codice dell’amministrazione digitale e dintorni, parte 1

NOTA BENE: quanto riportato nel presente articolo è un estratto da norme vigenti e non garantisce la completezza che solo il testo originale può garantire. Le considerazioni dell’autore devono essere considerate alla stregua di opinioni personali e quindi, prima di ogni possibile utilizzo, devono essere confrontate con altre fonti autorevoli e fede facenti. Verificare sempre i testi completi e originali delle norme citate ricorrendo alle fonti ufficiali tenendo conto di ogni possibile modifica o integrazione intervenuta successivamente alla redazione del presente articolo.

PG.

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

Se ti è piaciuto, condividilo...Email this to someoneTweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInShare on Google+

L’esplosione del numero dei devices connessi metterà in crisi le nostre politiche di sicurezza

Immagine da diagnostica PET

Immagine tratta da diagnostica PET

Pur diffidando in genere delle previsioni, tendo a dar credito a coloro che preannunciano una esplosiva crescita dei dispositivi connessi in internet nei prossimi anni.

Gartner stima che entro il 2020 saranno presenti in internet 26 miliardi di dispositivi e il 15% di questi avrà a che fare con il mondo sanitario. Le nostre politiche di sicurezza attuali sono in grado di gestire reti di qualche migliaio di dispositivi: per le organizzazioni sanitarie di maggiori dimensioni si parla di reti in grado di gestire qualche migliaio di stazioni di lavoro e diverse centinaia di dispositivi medici ed è pensabile che con i sistemi attuali si possa arrivare a gestire qualche decina di migliaia di dispositivi. Tuttavia, è opinione comune fra gli addetti ai lavori che non sia possibile gestire in maniera efficiente e sicura reti di centinaia di migliaia di dispositivi.

In particolare appare particolarmente sfidante la necessità di gestire in un contesto di rete dispositivi wearable, o comunque portatili, che non si possono considerare stabilmente collocati in contesti di rete protetti, come i contesti aziendali, nei quali è normalmente possibile operare un controllo perimetrale dai malware attraverso tecniche di firewalling o comunque di filtering.

Fra pochissimi anni esisteranno centinaia di migliaia di dispositivi che saranno stabilmente collocati fuori dal dominio di sicurezza aziendale che comunque saranno parte integrante di un ecosistema che scambia dati sanitari con l’organizzazione sanitaria e con i professionisti ad essa afferenti – medici di medicina generale, specialisti, ecc… -.

Appare sempre più evidente che non sarà possibile gestire numeri così elevati di dispositivi senza una accurata progettazione delle politiche di sicurezza. La sicurezza dell’ecosistema dovrà necessariamente essere fondata su di una corretta identificazione dei dispositivi: che dovrà essere garantita anche in caso di colloqui instaurati in contesti di rete non sicuri. L’identità del dispositivo dovrà essere garantita attraverso tecniche crittografiche che dovranno impedire una fraudolenta impersonificazione. Se questo avverrà, allora non sarà necessario verificare ulteriormente la liceità della comunicazione con il professionista sanitario: in altri termini diminuirà fortemente la necessità di identificare la persona, in quanto l’identità del paziente sarà derivabile dall’identità del dispositivo che esso indossa o possiede. Naturalmente questo varrà nel caso il dispositivo sia impiantato sul paziente o nel caso il dispositivo non sia dissociabile dalla persona: il dispositivo potrebbe semplicemente cessare di funzionare se allontanato dal paziente a cui è associato. A garanzia di ciò il dispositivo dovrebbe poter  essere associabile ad una caratteristica biometrica unica della persona.

In definitiva quindi, ogni dispositivo che indosseremo dovrà essere unico, unico come la persona a cui sarà accanto. Questa è la sfida che ci aspetta.

PG.

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

Se ti è piaciuto, condividilo...Email this to someoneTweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInShare on Google+

Turing e il calcolatore che diagnostica il cancro

Alan Turing Aged 16

Alan Turing all’età di 16 anni.

Alan Turing fu un genio ed un eroe.

Mise fine alla sua vita a soli 42 anni, vittima della società omofoba del tempo, il 7 giugno 1954. Il suo principale contributo, pubblicato nel 1937 con il titolo On Computable numbers, rappresenta ancora oggi uno dei fondamenti teorici del calcolo elettronico.

Turing non era solo un matematico di prim’ordine, era anche un eroe: il giorno successivo alla dichiarazione di guerra alla Germania fu chiamato alla Scuola Governativa di Codici e Cifre britannica a Bletchley Park, e si distinse ideando le cosiddette “bombe”, i dispositivi elettromeccanici che fecero breccia nel cifrario tedesco Enigma.

Ma quello che colpisce di più era la sua capacità visionaria. In un lavoro del 1950 scriveva: “Io credo che fra una cinquantina d’anni sarà possibile programmare calcolatori aventi una capacità di memoria di circa 10^9, in modo da farli giocare così bene al gioco dell’imitazione che un interrogante medio avrà una probabilità non superiore al 70% di compiere l’identificazione giusta dopo 5 minuti di interrogatorio. Credo che la domanda iniziale “Le macchine possono pensare?” sia troppo priva di senso per meritare una discussione. Ciò nonostante, credo che alla fine l’uso delle parole e l’opinione corrente saranno talmente mutati che si potrà parlare di macchine pensanti senza aspettarsi di essere contraddetti.”

Se oggi Alan Turing fosse vivo cosa penserebbe del programma per calcolatore che riesce a diagnosticare il cancro con una precisione maggiore di quanto riescano a fare i medici?

Penso ci guarderebbe con quei suoi occhi tristi e forse sorriderebbe e noi ricambieremmo annuendo silenziosi e commossi.

Grazie dott. Turing, grazie anche a nome di ogni malato che potrà trarre giovamento da ciò che nel chiuso del suo studio lei immaginò agli albori della nuova era.

PG.

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

Se ti è piaciuto, condividilo...Email this to someoneTweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInShare on Google+