Le sfide della nuova generazione di sistemi informativi sanitari

AI and Healthcare

Pixabay source: Pixabay (Creative Common free for use

Un direttore di unità operativa, uno di quelli che hanno passato la propria vita a curare i pazienti e che ancora pensano che sia giusto e doveroso farlo, un po’ di tempo fa mi diceva: “Vorrei avere più tempo… queste fantastiche diavolerie che mi proponete, mi fanno perdere tempo. Io devo stare al letto dei pazienti.”

Avrei voluto dirgli che si sbagliava, che quelle “diavolerie” non erano certo la ragione per cui aveva meno tempo per i suoi pazienti…  Purtroppo, so bene che ha ragione.

Il problema più rilevante che oggi ci troviamo ad affrontare è che abbiamo raggiunto il limite di informazione gestibile per singolo paziente da parte del singolo operatore. E non è un problema di quanti click richiede la singola applicazione, il problema è più drammatico.

Quando l’informazione a disposizione è superiore alla capacità di gestione del percettore, tutto rischia di diventare rumore e la reale utilità della comunicazione scema fino a rasentare l’inutilità.

È un fenomeno che gli informatici e gli esperti di teoria delle comunicazioni conoscono bene: quando il rumore sovrasta il segnale, il segnale diventa non più trattabile per il ricevente. Non si riesce più a estrarre il segnale utile dal CAOS del rumore casuale.

Ma fra la messe infinita di informazioni che oggi si generano durante un episodio di cura (sia esso un accesso di minore entità quale un accesso ambulatoriale o un episodio di cura di maggiore peso, quale ad esempio un ricovero in acuzie), quale è l’informazione da enfatizzare e quale è il rumore da limitare, perché non nasconda il senso di ciò di cui il sanitario abbisogna per poter correttamente interpretare il quadro clinico?

Ho l’impressione che siamo di fronte a sfide inedite: temo che non possiamo più limitarci a dire che i sistemi che implementiamo debbono essere usabili e completi di tutte le informazioni disponibili, questo è ormai scontato, anche se non semplice da garantire… Ciò che mettiamo a disposizione deve anche essere “utile”.

Ciò significa che: pur non avendo ancora vinto la sfida delle doppie imputazioni di dati – a causa della scarsa o inesistente cooperazione applicativa che riusciamo a garantire -, pur non riuscendo ancora a garantire una adeguata usabilità applicativa – a causa di una scarsa ergonomia degli strumenti che ancora appartengono ad ere tecnologiche precedenti l’attuale -, siamo già costretti a combattere la battaglia delle significativa delle informazioni. Non riusciamo a far galleggiare l’informazione utile sul mare dei dati inutili, tutto è indistinto, parte del CAOS randomico di troppe informazioni scarsamente rilevanti.

Quali siano i dati “utili” rispetto al rumore, lo dovremo di certo definire sul campo, aiutati dalle tecniche che stanno prepotentemente emergendo grazie all’egregio lavoro che stanno facendo i “Data Scientists” che mettono a punto ogni giorno armi affilate per sfidare il CAOS.

Se dovessimo definire una priorità in base alla quale modellare il progetto dei sistemi informativi della prossima generazione, questa debba essere la priorità principale: creare sistemi completi ed usabili, ma che siano focalizzati sui bisogni dei singoli professionisti, quindi meno “time consuming” di quelli attuali.

Penso che ricontatterò il mio amico medico e gli dirò: “Parliamone, è ora di trovare una qualche soluzione…

Idee per “Next Generation Healthcare Information Systems“.

Pierfrancesco Ghedini

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia.

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